Storia a cura di Enza Aurisicchio da “LO SCUDO” n° 7 2014

L’etimologia della contrada Donna Gnora, un titolo evocatore di misteriose presenze. La vicenda che ha generato il toponimo è legata alla storia personale di un signore ostunese e si dipana tra il 1860 e il 1875, trasmessa oralmente a un suo discendente da familiari, da coloni e da contadini cui era stato concesso di coltivare piccoli appezzamenti e di dimorare nelle abitazioni rurali aggregate alla masseria-torre. Parte di un esteso latifondo un tempo intercluso tra Monte Casarone (toponimo storico della contrada dal XVI) e Monte Lotorto, il predio nel XIX era patrimonio dotale della moglie di un facoltoso leccese che vi risiedeva solo per brevi periodi dell’anno per controllare la gestione dell’azienda. Intenzionato a liberarsi della proprietà, cercò invano di persuadere la moglie restia a una tale soluzione.
Le estorse, infine, una delega con procura a vendere, provocando il risentimento della donna, che ferita nell’orgoglio minacciò un’azione estrema se l’atto si fosse concretizzato. Fu così stipulato il rogito della compravendita con l’acquirente, ignaro però di questo antefatto. Quanto minacciato fu tragicamente compiuto e al rientro nella masseria, il signore leccese varcato l’ingresso che immette nel cortile recintato da alte mura, trovò il corpo della moglie e del figlioletto privi di vita sul lastricato: la donna si era lanciata dall’alto della torre. Il nuovo proprietario trasferitosi nella masseria rimase molto colpito da alcuni episodi inquietanti: il crollo di una delle stanze al primo piano e la distruzione della chiesetta interna per la caduta di un fulmine. Il luogo di culto fu nuovamente ricostruito nel 1898 con un orientamento diverso per favorire l’accesso ai fedeli che giungevano dalle campagne circostanti. Ancora più inquietante era quello che raccontavano contadini, braccianti, massari e quanti risiedevano nell’imponente e articolato masserizio, spaventati dall’apparizione notturna di una donna vestita di nero, che gemeva e trascinava catene, aggirandosi sulla torre. Per liberarsi dal senso di colpa, saputo delle circostanze che avevano preceduto il proprio acquisto, il nuovo possessore si recò a Roma per ottenere dal Pontefice un’indulgenza plenaria in articulus mortis e la benedizione per sé e per la propria famiglia fino alla terza generazione. Si tratta indubbiamente di una narrazione molto suggestiva che una più approfondita ricerca storica potrà avvalorare. E’ un dato inconfutabile, tuttavia, che la contrada si chiamasse Donna Gnora già dal 1737 (A.S.B., Catasto onciario, 1737, vol. I, c. 130r), quando era proprietà della famiglia spagnola Lopez y Royo.